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Roland Heuberger e i Pet Elisir

16 Aprile 2012

Abbiamo incontrato Roland alla Fiera Cavalli di Verona del 2011, presentatoci dalla comune amica Reana. Roland, o meglio Rolando nell’incedere della lingua italiana......leggi di più

2 nuovi amici degli Elisir Sovrani

22 Gennaio 2012

Si allarga la "rete" degli amici degli Elisir Sovrani. Cosetta e Gianfranco hanno frequentato con successo il corso tenuto da Eleonora. Benevenuti !..leggi di piĂą

Dove trovare i nostri prodotti

10 Gennaio 2012

Segnaliamo che i prodotti della linea Elisir Sovrani sono disponibili presso.....leggi di piĂą

Rivista "OLTRE"

9 Gennaio 2012

Abbiamo il piacere di annunciare la pubblicazione di una intervista ad Eleonora sulla rivista "OLTRE" , una pubblicazione innovativa nel campo della Medicina Naturale.....leggi di piĂą

Benvenuto Stefano !

3 Gennaio 2012

Abbiamo il piacere di annunciare che , dall'inizio dell'anno, inizierĂ  il rapporto di collaborazione tra REI-SHEN-KI e Stefano Breda.....leggi di piĂą

Armonia 2012 : un weekend all'insegna del Benessere !

31 Maggio 2012

Presso il Castello di Belgioso (PV) si terrĂ , dal 01 al 03 Giugno p.v., la Fiera di Armonia. Si tratta di un evento che ospiterĂ  operatori delle discipline bio naturali....LEGGI DI PIU'

Conferenza sulle Costellazioni familiari

20 Aprile 2012

Siamo lieti di comunicarvi che REI-SHEN-KI organizza, per il giorno VENERDI' 20 Aprile 2012 alle ore 20.30 presso la sala conferenze di Legambiente in via Don. G. Bertoni 4 - Verona, una conferenza dal titolo : "L'amaro tabĂą : lutto e segreto nelle costellazioni familiari"...LEGGI DI PIU'

Conferenza Elisir Sovrani® : cambio data

18 Gennaio 2012

Per ragioni organizzative, la conferenza sugli Elisir Sovrani fissata per Venerdì 20 Gennaio p.v. alle ore 20.30, presso Il Centro Tecniche Energetiche - Via Cattaneo 6 - Verona viene spostata a Venerdì 27 Gennaio alle ore 20.30 sempre presso la stessa sede...LEGGI DI PIU'

Nuova conferenza sugli Elisir Sovrani®

17 Gennaio 2012

Siamo lieti di annunciare che Venerdì 20 Gennaio p.v. alle ore 20.30, presso Il Centro Tecniche Energetiche - Via Cattaneo 6 - Verona , si terrà una conferenza di presentazione degli Elisir Sovrani®....LEGGI DI PIU'

Il metodo delle Costellazioni Familiari

18 Novembre 2011

Siamo lieti di comunicarvi che Venerdì 2 dicembre 2011 alle ore 20.30 presso la sede di REI-SHEN-KI in via Usodimare 8 - Verona (salvo diversa e successiva comunicazione) , si terrà la conferenza “Dare impulso all’anima: il metodo delle Costellazioni Familiari”..LEGGI DI PIU'

Favole per Adulti

“FAVOLE PER ADULTI
… per non perdere la magia del sogno”
Le favole di Cristina sono:
“La fioritura del deserto”
“La nascita della melodia”
“La vera storia di Babbo Natale”
“Le rose selvatiche”
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“La fioritura del deserto”
C’era una volta, a nord di un grande deserto, un bellissimo palazzo con un grande giardino sempre fiorito dove abitava il re delle tribù nomadi che ogni cinque anni partiva per visitare le oasi e onorare le tende dei vari capotribù.
Delia era l’unica figlia del re, vestiva una tunica bianca con ricamate le stelle del cielo e il suo copricapo era azzurro cielo come i suoi occhi. Dopo la morte della mamma, seguiva il padre in tutti gli spostamenti attraverso le oasi del deserto e doveva partecipare, un po’ annoiata, alle cerimonie fatte in onore della famiglia reale.Una sera, stanca di sentire le discussioni tra i capotribù radunati nella grandissima tenda al centro dell’oasi più grande che lei avesse mai visto, Delia s’inoltrò tra le alte palme e si sedette sul bordo della sorgente, ammirando il riflesso della luna in quelle acque incantate. Era triste, ormai erano due anni che la mamma era morta, ma quella sera sembrava che l’aria avesse il suo profumo e che il vento parlasse con la sua voce.Due grossi lacrimoni scivolarono lungo le guance di Delia e caddero nell’acqua, creando delle piccolissime onde sulla superficie limpida.
“Chi piange?” chiese una voce profonda che proveniva dal centro della sorgente.
Delia dapprima fece un salto all’indietro nascondendosi dietro una palma, poi si fece coraggio e chiese: “Sono Delia, e tu chi sei?”
“Sono lo Spirito della sorgente. Dimmi piccola, perché piangi?”
“Questa sera tutto sembra ricordarmi la mia mamma e sento tanto la sua mancanza. Sono anche stanca di girare per il deserto e avrei voglia di rivedere i giardini fioriti che c’erano nel nostro palazzo ma mio padre è il re e vuole visitare tutte le tribù che vivono nel regno, potremo tornare solo fra tre anni.”
“Non posso consolare il tuo dolore, piccola Delia, ma posso ricostruire un giardino anche qui in questo grande deserto. Tu, però mi devi aiutare.”“Che cosa devo fare?” chiese speranzosa Delia, guardando nelle profondità della sorgente per cercare di vedere lo Spirito della sorgente.
“Riempi una borraccia con l’acqua che è illuminata dalla luna. Durante il tuo viaggio nel deserto, spandi le gocce di quest’acqua argentata sulla sabbia. Cerca di distribuire le gocce lungo tutto il percorso che fai, ma tieni una piccola parte d’acqua nella tua borraccia. Riempila con l’acqua delle sorgenti che trovi e vedrai che durante la notte si riformerà l’acqua argentata. Abbi pazienza e vedrai che risultati meravigliosi.”
Delia riempì la borraccia come le era stato detto e si accorse che l’acqua sembrava proprio argentata. Salutò lo Spirito della sorgente e ritornò più serena alla sua tenda.
Il giorno dopo nascose questa borraccia sotto la tunica, durante tutto il viaggio sparse gocce del suo prezioso liquido sulla sabbia ardente del deserto e la sera la riempì alla sorgente della piccola oasi dove si fermarono. E continuò così per giorni e giorni, senza perdere mai la pazienza, cercando di dissetare il grande deserto. Il padre la sgridò perché stava sprecando acqua preziosa per la vita, ma Delia riuscì a convincerlo a lasciarla continuare.
Dopo un anno, ritornarono alla grande oasi al centro del deserto e Delia andò subito alla sorgente: “Spirito della sorgente, ho fatto quanto mi hai detto ma non ho ancora visto il giardino nel deserto. Cosa devo fare? Ho sbagliato qualcosa o devo ancora continuare?”
“Sei cresciuta Delia e il vento del deserto mi ha raccontato tutto quello che hai fatto in questo anno. L’acqua argenta ha nutrito il deserto e domani potrai vedere i risultati della tua perseveranza.”
Delia tornò alla tenda e si addormentò sognando il giardino del suo palazzo. All’alba fu svegliata dalle grida delle guardie: “Guardate, guardate, è una cosa miracolosa!”
Si precipitò fuori e vide tutto il deserto ricoperto d’erba e fiori.
“Lo Spirito della sorgente ha detto la verità! Vedi che la mia acqua non è stata sprecata!” sussurrò al colmo della gioia Delia nell’orecchio del padre.
E così, ogni anno nel grande deserto africano si ripete il miracolo della fioritura del deserto, il dono che Delia ha fatto a tutti noi.
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“La nascita della melodia”
Una volta, sulla terra, non si conosceva la melodia e la musica era solo ritmo, suonato con tutti gli strumenti possibili: tamburi di legno o ricoperti di pelle di animale, cembali, timpani, triangoli, bastoncini …………… insomma, tutto era utilizzato per produrre musica.
Nel paese di Armonia viveva Maria Clotilde con la sua famiglia, che era considerata la piĂą importante famiglia di musicisti di tutto il regno.
Maria Clotilde amava sedersi sui rami degli alberi quando il vento fischiava forte per sentire la musica che proveniva dal fruscio delle foglie. Diceva sempre ai suoi fratelli, tutti piĂą grandi di lei, che un giorno sarebbe riuscita a catturare quel suono e che sarebbe diventata la piĂą grande musicista del mondo.
Mancava un anno al concerto per festeggiare il centenario della costruzione del castello reale di Armonia e tutta la famiglia di Maria Clotilde era all’opera per preparare il più grande spettacolo musicale dell’anno. Il nonno aveva cambiato le pelli della “Grancassa” curandone di persona l’essiccamento, papà si era costruito un “Timpano” nuovo scavando il tronco di una quercia grandissima, mamma aveva abbellito il suo “Tamburello” con dei campanelli e dei fiocchi azzurri, perfino la nonna era andata dal fabbro per sistemare il suo vecchio “Triangolo”.
I suoi fratelli decisero di partire per procurarsi il legno e le pelli migliori e rinnovare così tutti i tamburi prima del grande evento e Maria Clotilde riuscì a convincere il papà a farla andare con loro. Uscirono così dal paese di Armonia per recarsi verso le montagne, dove avrebbero trovato piante ed animali in quantità. Maria Clotilde doveva quasi correre per tener dietro ai suoi tre fratelli, che avevano le gambe molto più lunghe delle sue e non erano molto contenti di averla dovuta portare con sé. Quando alla sera si sedettero attorno al fuoco, Maria Clotilde era stanca ma felice e ricordava le parole di incoraggiamento e d’amore che le aveva detto la sua mamma baciandola e augurandole buona fortuna per la sua ricerca. Era proprio così, la sua era una ricerca, voleva trovare uno strumento che potesse ripetere le note che udiva quando il vento soffiava. Il giorno successivo arrivarono al limite di un bosco molto grande e fitto, sembrava che il sole non riuscisse a penetrare quell’intreccio di rami e i sentieri che s’inerpicavano sulla montagna era quasi al buio. Dopo un po’ di tempo Maria Clotilde si accorse di non vedere più i suoi fratelli, cominciò a chiamarli, a gridare e correre, ma alla fine dovette arrendersi, era rimasta da sola. Si sedette sconsolata tra le radici di un grande albero, mangiò tra le lacrime il pane dolce che aveva nello zaino e si addormentò. Quando si svegliò, il mattino dopo, decise di proseguire lo stesso il suo viaggio e s’incamminò per raggiungere la cima della montagna. Dopo alcuni giorni di cammino raggiunse il limitare del bosco e si trovò ad ammirare la cima innevata del monte.Il vento soffiava forte e spazzava la neve con un canto cristallino.
Maria Clotilde si mise a cantare e a ballare, felice di poter sentire la voce del vento in modo così limpido, le sembrava di potergli quasi parlare. Durante l’arrampicata verso la cima della montagna, il vento si faceva sempre più forte, finché non raggiunse l’imboccatura di una caverna che sembrava essere la fonte di quel vento così impetuoso. Quando cercò di entrare, il vento la respinse:
“Chi sei? Perché vuoi entrare?”, chiese una voce cristallina.
“Sono Maria Clotilde, ho freddo e fame”, rispose un po’ intimidita, “e tu chi sei?”
“Io sono il Maestro del Vento e questa è la mia dimora. Conosco però la tua voce, tu sei quella che segue sempre il mio canto fra gli alberi del paese di Armonia. Benvenuta nella mia grotta!”
Il Maestro del Vento sembrava un uomo vecchio con la barba bianca e gli occhi cristallini. Era molto gentile e la accolse con del buon cibo e un letto caldo dove riposare. Maria Clotilde gli raccontò la sua storia e il sogno che teneva nel cuore di trovare uno strumento per poter riprodurre la voce del vento e poi, stanca della sua avventura, si addormentò. Quando la mattina successiva si svegliò, trovò sul comodino un oggetto strano, sembrava un tubo di cristallo con dei buchi.
 â€śQuesto è un flauto”, le disse il Maestro del Vento, “E’ uno strumento che ho fatto con il Maestro della Montagna ma finora nessuno è stato in grado di usarlo. Vuoi provare a vedere se tu riesci ad ottenere qualcosa? Bisogna soffiare in questa imboccatura, come farebbe il vento!”
Maria Clotilde prese in mano il flauto e cominciò a soffiare. Dapprima uscì solo qualche stridulo suono, ma con il passare del tempo dallo strumento cominciarono ad uscire suoni sempre più melodiosi. Ogni giorno Maria Clotilde si sedeva all’entrata della grotta e faceva un minuetto con il vento, dedicando il suono del suo flauto alla terra e dimenticandosi del passare del tempo.
Passarono così sei mesi e Maria Clotilde decise che era tempo di tornare a casa.
Andò dal Maestro del Vento gli disse la sua intenzione, lo salutò e gli consegnò il flauto. Gli disse che aveva intenzione di costruirne uno simile al ritorno a casa: non avrebbe suonato in modo così cristallino, ma anche un flauto di legno sarebbe riuscito a creare piacevoli armonie.
Il Maestro la accompagnò fino all’entrata della grotta e le disse di continuare a cantare con il vento in questo modo la loro amicizia sarebbe continuata nel tempo.
Maria Clotilde discese dalla montagna e s’inoltrò nel bosco che l’avrebbe portata a casa. Quando si fermò per mangiare qualcosa e aprì lo zaino, si accorse che all’interno c’era il flauto di cristallo. Si mise subito a suonare le melodia che aveva imparato nella grotta e il vento soffiò forte alle sue spalle, cantando insieme con lei.
“Grazie di questo regalo, Maestro del Vento”, gridò felice.
“Porta la melodia nel mondo” le sussurrò il Vento.
E così fu. Quando arrivò in vicinanza della sua casa, si mise a suonare il flauto. Tutta la sua famiglia uscì ad accoglierla e fu sommersa da mille domande e da mille abbracci felici.
Ed il concerto per il centenario del castello fu il primo concerto al mondo dove il ritmo era accompagnato dal suono del flauto, uno straordinario concerto ricordato ancora oggi dai più grandi musicisti perché portò la melodia sulla terra.
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“La vera storia di Babbo Natale”
Moltissimi anni fa, in un piccolo paese montano nel nord dell’Italia, viveva Claudio con la sua famiglia: il padre boscaiolo, la madre sarta e cinque fratellini più piccoli di lui.
Una notte di Natale, quando Claudio aveva 10 anni, rimase sveglio fino a tardi e, guardando dalla finestra del solaio dove dormiva, vide una grande slitta trainata da otto renne che si fermò sopra la casa del sindaco del paese. Ne scese un uomo barbuto che depositò un enorme pacco proprio davanti alla casa. Il giorno dopo il suo amico, figlio del sindaco, gli fece vedere il trenino di legno che aveva ricevuto in dono la notte di Natale.
Dovete sapere che in quei tempi Babbo Natale portava i regali solo ai bambini ricchi, perché erano gli unici che sapevano scrivere e potevano indirizzare le loro lettere al Polo Nord per chiedere i giocattoli preferiti. Claudio era molto triste per questo e chiese alla madre di mandarlo a scuola, così poteva imparare a scrivere e inviare una lettera a Babbo Natale per avere dei regali per sé e i suoi fratellini. Ma la scuola costava molto e loro erano poveri. La madre, a malincuore, gli disse che doveva aiutare il padre nei boschi, non potevano proprio permettersi di farlo studiare.
Claudio aveva però già promesso ai suoi fratelli che Babbo Natale avrebbe portato loro dei regali e non voleva deluderli. Ci pensò tutta l’estate e poi decise di partire e di recarsi al Polo Nord e chiedere a Babbo Natale di persona quello che non poteva fare per iscritto.
Spiegò la faccenda ai fratellini, preparò lo zaino e partì di nascosto verso il nord.
Era settembre e in montagna faceva già freddo, la notte della partenza Claudio si rifugiò in una piccola grotta nascosta da un cespuglio. Durante la notte fu svegliato da alcune voci e quando aprì gli occhi vide quattro piccoli gnomi, lunghi quanto un suo braccio, con la testa grossa e il naso rosso. Gli gnomi gli chiesero chi fosse e perché dormisse nel loro rifugio. Claudio si presentò e narrò la sua storia, chiedendo se potevano aiutarlo a trovare la direzione giusta per il Polo Nord.
Gli gnomi lo ascoltarono sorridendo e gli dissero che lo avrebbero accompagnato fino al limite delle Alpi. Dopo alcuni giorni in loro compagnia Claudio arrivò nelle pianure della Germania, qui gli gnomi lo salutarono ma gli diedero un drappo verde da consegnare agli elfi silvani che lo avrebbero aiutato a proseguire il viaggio.
Infatti, dopo un giorno di cammino in quelle verdi distese, Claudio si sentì chiamare da una vocina sottile: era un elfo, una creatura alta mezzo metro, sottile e con le orecchie a punta. Consegnò il drappo verde all’elfo e gli narrò la propria storia. Da quel giorno fu accompagnato sempre da uno o due elfi finché non arrivò sul mare del nord. Qui gli elfi lo presentarono ad una sirena che vegliava sul mare e che lo fece imbarcare su una nave che lo portò fino in Norvegia, dove un’altra sirena lo accolse sorridendo, in compagnia di due simpatici troll. Questi erano proprio brutti a vedersi, piccoli e storti, con un naso grossissimo e gibboso, sembrava che fossero tronchi d’albero tagliati. Ma erano molto gentili e lungo il cammino verso il nord raccontarono a Claudio molte storielle spiritose per cercare di rallegrarlo. Ormai erano passati quasi tre mesi e Claudio aveva paura di non fare in tempo ad arrivare da Babbo Natale, ma i troll gli assicurarono che ormai erano arrivati in Lapponia e che alcune renne lo stavano aspettando per portarlo alla fabbrica di giocattoli di Babbo Natale.
Le renne furono molto gentili, e una di loro si ricordava di lui perché era una di quelle che si era recata nel suo paese il Natale precedente e non poteva dimenticare i suoi occhi sbarrati per la sorpresa.
Fortunatamente Claudio fece l’ultima parte del viaggio in groppa alle renne, perché ormai la neve era già alta e sarebbe stato molto difficile per lui camminare. Dopo alcuni giorni, vide un piccolo paese con tutte case di legno colorate e un grande capannone: Napapiri e la fabbrica dei giocattoli, come gli spiegarono le renne, il posto dove viveva Babbo Natale.
Claudio entrò titubante nella fabbrica e trovò esseri di tutti i tipi che lavoravano per produrre giocattoli, elfi silvani e rupestri, fate, troll, gnomi, nani, sirene. Erano così tanti e diversi che rimase con la bocca aperta e gli occhi spalancati, sia per la quantità di giocattoli che per tutti gli essere fatati che vedeva. Una fata gentile gli si avvicinò e gli disse che conosceva la sua storia, se li avesse aiutati in questi ultimi giorni di preparativi, gli avrebbero dato sei giocattoli e poi le renne lo avrebbero portato a casa quando Babbo Natale si sarebbe recato in Italia. Claudio passò quindi i giorni che mancavano a Natale aiutando come poteva nella fabbrica, dipinse alcuni trenini di legno, attaccò le ciglia a bambole di porcellana, mise i vestiti ad orsetti di pezza e soprattutto si divertì a chiacchierare con tutti quegli esseri che anche se diversi da lui e a volte burberi, erano sempre molto gentili e disponibili.
Il giorno prima di Natale la fata guardiana gli fece scegliere i regali per sé e i suoi fratelli, gli diede alcuni dolcetti da portare con sé e lo nascose sotto le coperte di pelliccia nella slitta di Babbo Natale. Quando fu buio, la slitta partì verso tutte le destinazioni per portare regali a tutti i bambini che li avevano chiesti. Dopo un po’ che volavano, Claudio sporse la testa per vedere il mondo dall’alto ma Babbo Natale lo vide e si girò verso di lui chiedendogli chi era e che cosa faceva quella notte sulla sua slitta. Claudio era spaventato ma raccontò la sua storia a Babbo Natale e gli chiese di portare i regali non solo ai bambini che scrivevano ma a tutti i bambini del mondo.
Babbo Natale lo guardò negli occhi e poi fece un grande sorriso.
E da allora tutti i bambini della terra ricevono un dono la notte di Natale, e non c’è bisogno che scrivano lettere perché Babbo Natale legge i desideri nei loro cuori.
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“Le rose selvatiche”
Molti anni fa, nel nord di quella che adesso viene chiamata Francia, viveva un popolo pacifico, amante dei fiori e dei giardini, che creò con incroci fantasiosi molti dei fiori che oggi conosciamo.
I genitori di Rose erano dei giardinieri molto conosciuti e la maggior parte dei giardini nelle regge europee erano opera loro. Ormai ricchi e stanchi di girovagare per tutta l’Europa, avevano deciso di tornare nel piccolo paese in cui erano nati e di prendersi cura dei fiori spontanei che crescevano numerosi in quel luogo.
La timida Rose, che da bambina aveva seguito i genitori nei loro lunghi spostamenti, fu felice di stabilirsi in quella casa, sulle coste dell’Oceano, dove di notte si sentiva il frangersi delle onde e dove poteva correre libera e felice in una natura selvaggia.
Rose amava molto i fiori e seguiva tutti i giorni i genitori per sistemare i fiori e le piante che circondavano il luogo dove vivevano, imparandone così i nomi e le necessità.
Amava particolarmente le rose selvatiche, non solo perché avevano il suo nome ma per la somiglianza con il suo carattere.
Dalla casa di Rose si poteva ammirare un isolotto su cui era costruita un’abbazia, collegato alla terraferma solo da una lingua di terra che con l’alta marea era sommersa. Ogni giorno Rose passeggiava sulla spiaggia lungo l’oceano e si fermava ad ammirare la splendida isola, ma non la visitò mai perché aveva paura dell’acqua e non si fidava ad attraversare quel sentiero così stretto e pericoloso. I genitori di Rose ogni giorno si recavano sull’isola per curarne i fiori e le piante e le raccontavano dei grandi cespugli di rose selvatiche bianche che crescevano sul retro dell’isola, ma la paura era troppo grande e Rose non si avventurò mai fin là.
Passarono gli anni e Rose diventò il più famoso giardiniere di tutta la Francia. Venivano da ogni parte del mondo per ammirare i fiori che sapeva creare e lo splendido parco che aveva allestito nel suo villaggio. Non si spostò mai dal suo paese, ma disegnò splendidi giardini che altri giardinieri realizzarono per lei in tutta Europa.
Una notte ci fu una grande tempesta, la pioggia scrosciava e le onde furono così alte da superare perfino la scogliera e sommergere il piccolo paese dove abitava Rose.
I giorni seguenti furono molto impegnativi per lei. Il parco era stato quasi completamente distrutto e tutto intorno al paese i fiori e i giardini erano stati distrutti dalle furie delle acque.
Curò tutti i fiori e le piante che trovava, smuovendo la terra, aggiungendone di nuova, tagliando i rami e le foglie strappate. Era molto impegnata nel riportare la vita in mezzo a quella devastazione ma il suo pensiero correva sempre alle rose selvatiche che c’erano sul retro dell’isola. La madre era ormai vecchia e non poteva avventurarsi fino all’abbazia e Rose non aveva mai superato la sua paura. Ogni sera, alla fine di una giornata intensa di lavoro, Rose andava sulla spiaggia e provava ad incamminarsi sulla lingua di terra per raggiungere l’isola. Dopo un po’ la paura prendeva il sopravvento e lei tornava di corsa alla sua casa.
Era passato ormai un mese dalla tempesta e nessuno era ancora andato a verificare quali danni avessero subito i fiori e le piante sull’isola.
Una notte Rose fece un sogno strano, era in un giardino bellissimo, con fiori splendidi e piante spettacolari ma per quanto guardasse in giro non trovava nessuna rosa. Quando chiedeva alle persone che curavano questo giardino perché non ci fossero rose, questi la guardavano strabiliati, come se non sapessero neanche cosa fossero le rose. Alla fine, una vecchissima quercia posta in un angolo del giardino la chiamò e le disse che lei si ricordava dei fiori chiamati rose, ma che ormai non se ne trovavano più, erano morte tutte a causa di una tremenda tempesta.
Quando si svegliò decise di affrontare le sue paure e di andare a sistemare quei fiori, che si chiamavano come lei e che avevano bisogno del suo aiuto. Preparò un cesto di vimini con tutti gli attrezzi necessari e si avviò verso la spiaggia.
Pian piano s’incamminò lungo la striscia di terra. Aveva molta paura e ogni due passi si fermava, respirando a fatica. Ma il ricordo del sogno la spingeva ad avanzare. Impiegò tantissimo tempo ad arrivare sull’isola e quando arrivò sulla terraferma era tutta sudata, ma felice e orgogliosa di se stessa. Corse verso il retro dell’abbazia e vide degli immensi cespugli di rose selvatiche bianche rovinati dalla tempesta. Lavorò tutto il giorno per sistemare i fiori e alla sera le sue mani erano tutte piene di piccoli tagli e su molte di queste rose si vedevano piccole gocce del suo sangue.
Da allora, ogni giorno Rose si recò sull’isola a sistemare fiori e giardini, ed il cammino sulla striscia di terra in mezzo al mare era per lei ormai così facile che si ripromise di non permettere mai più alle paure di dominare la sua vita.
Quando la primavera successiva fiorirono di nuovo le rose selvatiche dell’isola, Rose rimase stupefatta: non erano più solo bianche ma avevano delle bellissime striature rosse che ricordavano le macchie di sangue che avevano lasciato le sue mani. Il dono dai suoi amati fiori per la sua forza nel superare una grande paura.
Ed ancora oggi, se vi recate a Mont Saint Michel, guardate i cespugli di rose selvatiche e ricordatevi della piccola grande Rose.
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